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Le tecniche di lavorazione a Modena e Reggio

L'argenteria antica deve gran parte del suo fascino, oltre che alla bellezza dell'aggetto e alle sue qualità artistiche, anche al fatto che esso è stato costruito manualmente dall'artigiano senza l'aiuto di mezzi tecnologici e quindi risulta un pezzo unico e irripetibile. Ben diverso è il caso di molti degli oggetti costruiti dopo la metà del XIX secolo, quando la graduale introduzione dell'uso delle macchine in ogni tipo di lavorazione, e quindi anche nell'arte orafa, ha reso possibile una produzione in serie, dove ogni pezzo è identico all'altro, con una perfezione assoluta dei particolari, che lo rende anonimo e freddo, perché privo di quelle caratteristiche doti e di quel sapore che sono propri degli oggetti nati dal lavoro paziente della mano dell'artigiano.

Il martellamento delle lastre consiste nel modellare una lastra d'argento di spessore più o meno alto, martellando appunto la sua superficie esterna su un modello di materiale duro, così che la lamina vi si adatti perfettamente. In tal modo i segni dei colpi di martello appaiono evidenti sulla superficie esterna, mentre non vi è quasi traccia di essi all'interno. La conoscenza degli antichi metodi di lavorazione è dunque importante, perché ci consente di apprezzare nel suo giusto valore un pezzo di argenteria antica, distinguendolo da moderni rifacimenti e individuandone i pregi artistici determinati dall'uso di una o più tecniche. Il più antico modo di lavorare l'argento, che risale a tempi remotissimi ed è rimasto invariato per secoli e secoli, comprende quattro tipi di tecniche fondamentali: il martellamento delle lastre, lo sbalzo, la cesellatura e l'incisione, alle quali si può aggiungere una quinta, più relativamente recente, cioè quelle della tornatura in lastra. Vediamo per sommi capi le caratteristiche di ciascuna di esse. Lo sbalzo è in certo qual modo simile al martellamento, ma si può considerare un progresso rispetto ad esso perché i segni degli strumenti usati sono più evidenti sulla superficie interna dell'oggetto di acciaiolavorato, mentre quella esterna presenta un modellato a rilievo molto morbido. Infatti lo sbalzo si esegue applicando la superficie esterna della lastra d'argento da lavorare su un supporto rigido rivestito di un impasto di pece, cera e polvere di mattone, in modo che la superficie interna resti libera; su di essa si disegna il soggetto che si vuole sbalzare, quindi si procede a modellarlo usando particolari ferri, che ogni artigiano si costruisce da sé, battuti col martello. Per raffinare poi il lavoro, o, come si dice in gergo, per “rialzarlo”, dopo la battitura e lo sbalzo, si procede con la cesellatura e con l'incisione, tecniche queste più raffinate, che servono a rifinirlo sulla superficie esterna usando i ceselli, che sono piccoli scalpelli non taglienti, e il bulino, che invece è un'asticciola di acciaio, molto affilata e viene usato per asportare piccole parti di metallo e per incidere certi particolari del disegno. Naturalmente, in entrambe queste due tecniche, la battitura della lastra tende a rendere più duro il metallo, per cui, per proseguire il lavoro, è necessario, di tanto in tanto, riscaldare la lastra al color rosso e lasciarla poi raffreddare lentamente, permettendole così di riacquistare la malleabilità originaria. Osservando la superficie interna di un oggetto lavorato a sbalzo, si noterà che, se è stato lavorato a mano, l'impronta interna è meno dettagliata e con segni evidenti delle traccie lasciate tagli strumenti usati per lo sbalzo, mentre, se lo sbalzo è stato ottenuto a macchina, con uno stampo, l'impronta interna è assai simile a quella esterna, molto dettagliata e precisa, perché non a subito le rifiniture del cesello e del bulino. Un altro sistema di lavorazione che riguarda certi oggetti come le caffettiere, i vasi, le tazze, è, come abbiamo detto, quello della tornitura in lastra, la quale permetteva di ottenere il corpo dell'oggetto in un pezzo solo. Questo procedimento, che richiedeva una notevole abilità, consisteva nel modellare la lastra d'argento piana, grazie all'effetto della rotazione della stessa su un apposito tornio e con l'aiuto di opportuni ferri, attorno ad un'anima di legno suddivisa in diverse parti accostate fra loro, che alla fine potevano essere estratte dal manufatto ottenuto. Questo poi veniva unito con un'unica saldatura. Ben diverso è il pregio degli stessi oggetti ottenuti formando con uno stampo due o più parti unite poi con idonee saldature. I due procedimenti ora illustrati si possono individuare osservando attentamente l'oggetto nella parte interna, dove, di solito, le tracce delle saldature risultano più evidenti. Un'altra tecnica molto usata nella lavorazione dell'argento è quella della fusione, per la quale si procede in diversi modi. La fusione a cera persa è la più antica e dà origine ad un unico esemplare. Se si devono produrre oggetti massicci, quali elementi decorativi, foglie, frutti, piedini, pomelli per coperchi, si prepara un modello in cera, che viene rivestito con terra refrattaria, poi il tutto viene fatto cuocere, così che la cera si elimina attraverso un'apertura, opportunamente praticata nel rivestimento di terra, e l ascia una cavità nella quale viene versato l'argento fuso ottenendo l'oggetto desiderato. Più complesso è il procedimento per ottenere, sempre per fusione, un oggetto cavo internamente, quale un bicchiere, un vaso, un candeliere. In caso si riveste il modello predisposto in argilla con uno strato di cera più o meno spesso, poi si ricopre il tetto con terra refrattaria e lo si pone in un forno per la cottura, cosi ché, mentre le due masse terrose si consolidano, la cera si scioglie e fuoriesce, lasciando una intercapedine fra il modello, detto “nucleo” e la sua copertura, detta “forma”. In questa intercapedine si cola l'argento fuso, che, solidificandosi, riproduce la superficie esterna del modello. A questo punto, per recuperare l'oggetto fuso, occorre rompere la forma e togliere l'argilla rimasta all'interno di esso. Analoga a questa è la tecnica della fusione con “negativo a tasselli”, la quale permette di recuperare il modello e ottenere così diversi esemplari. Sul modello d'argilla si applica uno strato di cera, poi lo si riveste con una forma di gesso suddivisa in diversi tasselli compatibili e smontabili. Ricomposti i suddetti tasselli, in modo d'avere una forma completa dell'oggetto, questa viene rivestita internamente in cera, mentre la cavità restante è riempita di terra, quindi si smontano i tasselli di gesso e si sostituiscono con un rivestimento di argilla lasciando opportuni sfiatatoi per il deflusso della cera al momento della cottura; si cuoce quindi il tutto e si getta l'argento fuso come si è fatto con la tecnica precedente. Questo procedimento è molto simile a quello detto della fusione a staffa, che considera il recupero del modello e quindi il suo riuso. Naturalmente in tutti questi casi si ottengono dei prodotti assai imperfetti, che richiedono quindi una accurata rifinitura col cesello e col bulino. Talvolta un oggetto, ma più spesso solo parte di esso, veniva reso opaco per creare un contrasto con le superfici vicine rese lucide col brunitoio; ciò si ottiene con diversi procedimenti e con l'uso di particolari ferri granulari in diverse gradazioni o con spazzole dotate di sottili setole di ferro o di ottone o anche con polveri abrasive applicate con spazzole di panno rotanti. Ricordiamo infine che, abbellire oggetti di grande prestigio, si procede alla doratura, la quale si otteneva applicando sulla superficie da dorare una amalgama di oro e di mercurio, poi quest'ultimo veniva fatto evaporare riscaldando l'oggetto nella muffola così che l'oro si depositava sulla superficie voluta. Nelle antiche dorature l'amalgama veniva spesso applicata con una certa generosità, per cui l'oro che si depositava raggiungeva uno spessore abbastanza considerevole, fino a mezzo millimetro, contrariamente a quanto avviene ora con la doratura moderna ottenuta per lo più per via elettro-calvanica, che ha spessori di pochi micron. Nella lavorazione dell'argento esistono altre tecniche che ricordiamo per compiutezza di discorso, ma che non erano in uso presso gli orafi modenesi, fatta eccezione per la filigrana, che peraltro era stata importata a Modena da artigiani provenienti dal Veneto ed era lavorata quasi esclusivamente da loro. Come è noto la filigrana è un tipo di lavorazione caratterizzato dall'impiego di fili o striscioline di metallo nobile sui quali, con un apposito strumento, si produce una sorte di perlinatura, oppure si ottiene un effetto analogo attorcigliando tra loro due o anche tre fili di metallo. Accanto alla filigrana ricordiamo l'agemina, tecnica singolare di origine araba o persiana, usata per la decorazione dei metalli, consistente nel riempire con fili, lastrine o foglie di argento, oro, rame o altri metalli colorati, dei solchi scavati con un largo bulino o uno scalpello, sul metallo dell'oggetto che si vuole ornare. Tale lavoro si compie a freddo con opera di ribattitura e una levigazione finale con abrasivi. Fu largamente usato in Occidente e particolarmente nell'Italia settentrionale durante il rinascimento. Il niello è una tecnica decorativa di oreficeria ebanisteria con la quale si riempiono, a caldo, disegni ornamentali incisi su metallo (più usualmente l'argento) con uno speciale amalgama – detto Niello dal latino nigellum – polverizzato di argento, piombo, rame, zolfo e talvolta borace. A freddo si compie poi la rifinitura della decorazione, eliminando le parti eccessive del Niello. La diversa percentuale dello zolfo determina le differenti tonalità dell'annerimento ricercato nella miscela. Questa tecnica fu pure impiegata nel primo Rinascimento italiano e largamente diffusa anche in Francia e Germania; fu ancora ampiamente praticata nel XIX secolo in Russia, sebbene con funzioni di marginale ornamentazione. Il cloisonnée è uno dei più antichi metodi impiegati per smaltare oggetti di oreficeria. Consiste nell'applicare su una lamina d'oro o d'argento degli alveoli (cloisons, costituiti da sbarrette dello stesso metallo), entro i quali viene versato lo smalto. Il champlevé è un'altra tecnica di applicazione dello smalto tra le più antiche e diffuse. Consiste nello scavare su una lastra di supporto le cavità e le depressioni desiderate secondo il disegno prescelto, che generalmente lascia emergere in metallo liscio vaste zone della figurazione. La lamina così trattata veniva sottoposta, protetta da appositi schermi, a diverse cotture, aggiungendo di volta in volta nuova pasta vitreo, sino a portarla a livello dei bordi delle cavità. A freddo si leviga poi lo smalto con una mola.

Tratto da: L'arte orafa nel Ducato di Modena e Reggio Di Elisabetta Barbolini Ferrari e Giorgio Boccolari