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Saggio di coppellazione

Come si svolgesse a Napoli il saggio per coppellazione ci viene dettagliatamente descritto da Paolo de Blasio che nel 1813 sostenne un esame teorico-pratico per conseguire il posto di saggiatore presso la Zecca e, successivamente, quello di titolare della garanzia per i lavori d’argento.Per questo tipo di saggio occorre una coppella, piccolo crogiuolo di corna di agnello calcinate, il forno a muffola e il carbone di castagno. Si prende con un bulino, da una parte nascosta dell’oggetto, la presa d’assaggio di circa un grammo, attraverso un’incisione a zig e zag , più o meno accentuata e talvolta ripetuta, si avvolge in una laminetta di piombo granulato e si mette nella coppella infuocata che si mette nella muffola.

La quantità di piombo da adoperare dovrebbe essere inversamente proporzionale al titolo dell’argento e nel rapporto di circa sei volte per un titolo compreso tra 833 e 900 millesimi. Ma in pratica, a causa del grado di calore che accelera o diminuisce l’ossidazione del piombo, il saggiatore non applica questa teoria ma adopera quella quantità di piombo che egli ritiene sufficiente in base alla sua esperienza aggiungendo, durante la prova, più o meno altro metallo. Appena iniziata la liquefazione si osserva un ‘appannamento’ e ciò vuol dire che il piombo si sta ossidando e che, trascinando con se gli altri metalli uniti all’argento, passa nel bacino della coppella. Il segno che il saggio è stato eseguito alla perfezione, e cioè che l’argento si è spogliato di tutta la lega, è dato da un’iride preceduta da un lampo di vari colori. Allora soltanto si può essere certi che nella coppella è rimasto argento purissimo ‘sotto forma di un bottone’ che, dopo averlo lasciato raffreddare, si pesa nella bilancia docimastica ricavando per differenza il titolo.

 

Tratto dal libro “Argenti Napoletani dal XVI al XIX secolo”
Elio e Corrado Catello”
Edizioni del BANCO Di NAPOLI”
MCMLXXII