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Tecniche di Lavorazione

Nei pressi di via Giulia, annessa alla piccola chiesa di S. Eligio degli Orefici, è tuttora attiva un'associazione, l'Università e Nobil Collegio di S. Eligio che, erede dello storico sodalizio di mestiere, si propone di proseguire e sviluppare l'antica tradizione attraverso l'organizzazione di corsi, conferenze e premi per apprendisti orafi. L'oreficeria, sempre florida a Roma nel corso dei secoli per la diffusa presenza di chiese ma soprattutto della corte papale, ebbe in alcuni periodi storici una fortuna veramente notevole. Lo sfarzo imperante nel Cinque-Seicento diede ad esempio un forte impulso all'attività, la cui committenza era rappresentata essenzialmente dalle alte gerarchie ecclesiastiche e da famiglie nobili. La produzione romana - realizzata anche da valenti maestranze "straniere" operanti nella città, in particolare toscane e lombarde - fu ovviamente indirizzata in notevole misura verso oggetti sacri e rituali, incrementandosi quindi in concomitanza con particolari eventi quali gli Anni Santi. Sulla base della ricca documentazione relativa alle famiglie di orafi ed argentieri romani, a tutt'oggi conservata nell'Archivio di S. Eligio, è stata redatta la monumentale opera di G. C. Bulgari "sugli orefici, gli argentieri, i gemmari e i coronari attivi nella città di Roma fra il XIV secolo e il 1870". Alcuni studi più recenti hanno invece messo in luce singole figure operanti tra il Cinquecento ed il secolo successivo, come Fantino Taglietti - che lavorò per i Barberini e realizzò numerose opere per il palazzo del Campidoglio - o la famiglia Vanni, della cui ricca produzione è però oggi possibile ammirare solo il tabernacolo nella basilica di S. Giovanni in Laterano. Nella Roma dei secoli scorsi gli orefici erano concentrati in via del Pellegrino: nel 1680 per questi artigiani divenne addirittura un obbligo, imposto dalle autorità, quello di "habitare ed havere le botteghe nel Pellegrino e vicoli annessi". Il provvedimento suscitò però una serie di proteste, come risulta dalla supplica inviata al papa da alcuni orefici, in cui si chiedeva di non essere "tanto aggravati nella mutatione dell'habitatione dalle gravezze di nove pigioni esorbitante nelle case del Pellegrino", sottolinenando che gli artigiani non vi si recavano "di lor spontanea volontà ma per obedire prontamente alla S.tà V.ra" e chiedendo che "almeno i più bisognosi e poverelli siano esentati d'andar ad habitare in detta strada". Gli orefici, inizialmente organizzati in una corporazione che comprendeva pure ferrari e sellari, nel 1508 fondarono una propria Università, a cui aderirono anche gli altri lavoranti di metalli e pietre preziose. Una regolamentazione scritta dell'attività si trova già negli statuti di Roma del 1358, in cui si stabiliva che l'argento dovesse avere un "punzone" di garanzia, cioè un bollo. Forme più severe di controllo si ebbero però solo dagli inizi del Cinquecento: da allora orefici ed argentieri furono obbligati ad apporre su tutti gli oggetti prodotti una bollatura del titolo, controllata poi da una apposita commissione che doveva giudicare, oltre alla qualità delle opere e alle contraffazioni, anche l'abilità degli aspiranti maestri orafi, nella prova che si svolgeva dopo un tirocinio a Roma di almeno tre anni. Ogni orefice aveva un proprio "segno", impresso su una placchetta: gli originali, registrati e depositati, si trovano ancora oggi presso l'Archivio di S. Eligio. Ma le alte gerarchie ecclesiastiche talvolta garantirono, ai "loro" artigiani, l'esenzione dalla bollatura, e quindi dalle tasse, circostanza che rende oggi difficile l'individuazione degli autori di alcune opere. Nelle fiorenti botteghe romane, dove abili maestri applicavano e rielaboravano i canoni impartiti dalle arti monumentali, giunsero anche celebri artisti o apprendisti del calibro del Cellini, il cui soggiorno romano è ricordato da una targa in largo Tassoni: delle sue produzioni rimane però soltanto, a Vienna, una saliera per Francesco I. Il problema della distruzione, nel tempo, delle opere di oreficeria - che riguarda soprattutto gli oggetti profani perché quelli cerimoniali, conservati in chiese e musei, hanno avuto in molti casi una sorte migliore - è purtroppo più generale: quasi tutti i lavori appartenuti alle famiglie nobili sono andati persi, rifusi per il mutamento del gusto, riconvertiti in moneta, finiti nelle requisizioni eseguite durante il pontificato di Pio VI prima e l'occupazione delle truppe napoleoniche poi. Tra le pregevoli testimonianze di orafi operanti a Roma si può ricordare la coppia di candelieri eseguita da Antonio Gentili su commissione del cardinale Alessandro Farnese e donata nel 1582 alla Basilica di S. Pietro, dove si trova anche il grande medaglione in bronzo del monumento funebre di Cristina di Svezia realizzato dal maestro argentiere Giardini. Dopo un periodo di decadenza, l'arte orafa romana ritrovò il suo splendore con il Liberty: nella città operarono infatti artisti di rilievo quali Renato Brozzi, Duilio Cambellotti, Michele Guerrisi.